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Storia del Tennistavolo - Libro - Storia del Ping pong

Racchette Vaganti - 100 anni di Ping Pong

di Enzo Pettinelli

DRAGUTIN SURBEK

LA TIGRE DI ZAGABRIA

1968, Lione: Surbek diventa campione d'Europa contro il difensore Börzsei (Ungheria)

Croato, alto 1.85, muscolatura forte e ben in evidenza, senza un filo di grasso. Spalle grandi. Vita sottile. Cosce esplosive. Quando si abbassa e aspetta il gioco sembra un lottatore di Sumo. La sua prima passione, i 400 piani. La seconda, il tennistavolo. Giocherà ai vertici mondiali ben oltre i 40 anni d'età. Dragu, questo è il suo soprannome di battaglia. Alle Olimpiadi di Barcellona, porta la bandiera per la Croazia alla sfilata d'apertura dei giochi. Col rovescio gioca di controllo e di preparazione all'attacco. Col diritto apre il gioco e ingaggia vere e proprie battaglie soprattutto sul piano fisico. L'apertura di top spin con il diritto è esemplare. Porta la racchetta verso il basso e la lancia con movimento veloce di avambraccio sulla palla. Poi si ferma subito. Non porta il movimento in alto. Non è così veloce per riabbassarla e giocare la risposta. Pure il corpo rimane basso, si sposta indietro. Ed è pronto a ripartire. La sua mole non può esprimersi sulla velocità, vicino al tavolo, a meno che non riesca subito a far indietreggiare il suo avversario. Il suo gioco migliore è nella media e lunga distanza.

DRAGUTIN SURBEK

Surbeek invade i campi

Lotta sempre su tutte le palle. Non ne lascia mai passare una senza che non l'abbia rincorsa per acciuffarla. Non importa come. Ci si tuffa come una tigre sulla preda. Se passa alta a molti metri d'altezza e attraversa la volta per andare a cadere lontana, lui sotto. Corre all'indietro. Si gira. Scavalca le transenne. Invade i campi da gioco degli altri. Evita, salta gli ostacoli. Abbraccia qualcuno per non atterrarlo. Allora tutti i giocatori del "parterre" si fermano. Lo guardano. Non sono scocciati. Sono divertiti. Surbek può sempre fare un gran numero. Meglio non perderlo. Lui, Surbek con il naso all'insù che corre. Cerca di capire se sotto ci sono ancora ostacoli. Lui guarda sempre in alto. La palla che attraversa. Tutto in pochi secondi. Quando riscenderà lui dovrà rilanciarla. Laggiù dove ha lasciato il tavolo. E dove l'avversario è già pronto per colpire ancora. Allora per avere più tempo, rilancerà più alto possibile. Così avrà più tempo per muoversi. Non solo alto, ma con effetto di top spin. Così quando la palla toccherà il tavolo farà un rimbalzo più veloce, più alto e più lungo. E questo gioco può durare 2,3,5,8 volte di seguito. Il pubblico, trattiene il respiro, vorrebbe applaudire. Ma nel tennistavolo si applaude solo a gioco fermo. Però con Surbek spesso non si resiste. Il gioco sembra finito. Il pubblico parte con l'applauso. Però Surbek rimette una palla perduta. Allora dalle tribune l'applauso si trasforma in boato, là sotto c'è un gigante che non può più fermarsi, che rilancia, che corre. In avanti, all'indietro, di lato, poi a terra, si rialza e poi si rimette a correre. Alla fine, non importa chi abbia fatto il punto, l'applauso è sempre per lui, l'applauso che alla fine si muta in un coro: Dragu, Dragu, Dragu. È uno spettacolo vederlo, il gigante che corre con il naso all'insù: in estasi. Con la faccia serena, come un bambino che apre il suo dono. Allora pensi al suo cuore e non alla sua forza e alla sua mole.

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